Diario: 5 minuti con Austin Freeman, il gattone della Fulgor

Pubblicato: 02/02/2012 in Basket Italiano
Tag:, , , ,

Si sono viste meccaniche di tiro peggiori...

Ore 18.20 di un martedi’ d’inverno, Villa Romiti, Forli’. Aspetto il mitico Marco Catalano affinche’ mi schiuda le porte di casa-Fulgor dopo essersi industriato per organizzarmi un incontro con Freeman. Ripasso le domande  all’aperto davanti all’entrata, mentre il cielo fa le prove tecniche per la mega nevicata del giorno successivo.

Marco non mi da troppo tempo, e’ in impeccabile orario, entriamo. Siamo davanti allo spogliatoio, a turno ci passa davanti quasi tutta la squadra.

Passa Wanamaker, va da qualche parte ad asciugarsi i capelli, fa un gran casino. Passa Freeman a torso nudo e senza scarpe, prende per il culo Wanamaker, viene fermato da Catalano (il quale poi rivelera’: “Freeman ha paura di me“). Mi presento.

What up man? Yeah let’s do the interview now, no prob’m.” Wanamaker continua imperterrito a fare un gran casino con l’asciugacapelli-motosega che sta usando, gli chiedo di spostarci altrimenti non riesco a registrare nulla. Lui non si mette niente addosso e ci spostiamo piu’ in la’ dove la squadra femminile inizia a riscaldarsi.

Mi sembra sin da subito tranquillissimo e disponibile, a conferma del mio sentore che le voci su di una sua timidezza estrema fossero esagerate. Parla all’americana con intercalare black ma ho l’impressione che trattenga l’esuberanza ebonics per timore che io non lo segua. Battuta su battuta si accorge che ho vissuto negli states e che gli sto dietro con lo slang. Si lascia andare.

Poi accendo il microfono, l’eloquio si fa piu’ didascalico. Al contrario di me, questa non e’ la sua prima intervista e si vede: “Il mio giocatore preferito di tutti i tempi e’ Michel Jordan, quello attuale e’ Carmelo Anthony. No, non ho una squadra preferita in particolare”.  Dico che ho vissuto a Denver (“Oh cool”) e  gli riferisco che la prima volta che l’ho visto mi ha istintivamante ricordato JR Smith.

In realta’ io mi vedo piu’ simile a Joe Jonhson di Atlanta, ma mi piace guardare tutti i grandi giocatori come DWade e Carmelo per rubare un qualcosina da ognuno di loro e seguire il loro esempio quando gioco “. Non gli confesso che JR e’ il mio idolo assoluto e che quindi il mio fosse un enorme complimento.

Classe 89, originario del Maryland, 4 anni a Georgetown (universita’ sita nell’omonimo quartiere, il piu’ fighetto di Washington): ho il sospetto che prima di venire in Italia non fosse esattamente un appassionato di basket FIBA. “Prima di venire qui non sapevo molto della pallacanestro Europea.. solo che tipo alcune regole erano diverse..tipo i passi

Pero’ avevo parlato con un paio di ragazzi delle mie parti che giocano in Europa, tipo non so hai presente David Hawkins?” Come no.. “Ecco ho parlato soprattutto con lui, che ora gioca in Turchia. Mi ha detto di non preoccuparmi.. che mi sarei trovato bene“.

Parto con le domande sulle differenze tra il basket nostrano ed il suo basket, ovvero il vero filo conduttore che mi ero prefissato data la target audience di BallinEurope. “Qui i lunghi sanno tutti tirare da fuori e mettere la palla per terra. E poi il gioco e’ molto piu’ fisico

In America ci sono molti piu’ isolamenti, i giocatori se la giocano da soli quasi sempre (do their own things most of the times). Qui invece uno deve essere capace di eseguire pallacanestro di squadra sia in attacco che in difesa

la maglietta fatta dai tifosi biancorossi, per noi indossata da Richard Lelli (courtesy of Coach Anna Fantini)

Gli sparo una domanda sulla differenza tra tifosi italiani e quelli americani nella speranza che mi regali una chicca. “I tifosi qui non sono molto diversi da quelli dei college americani. Pero’ sono sempre un po’ piu’ carichi e partecipi“. Niente chicca per me, effettivamente le arene universitarie sanno essere calde tanto quanto i nostri palazzetti e non hanno nulla a che vedere con quelle fabbriche di showbiz che sono le arene NBA (Verizon Center di Washington in primis).

Ci riprovo con una domanda ad effetto che mi ero preparato sulla vita fuori dal campo. Mi era giunta voce che Lorenzo Gordon l’anno scorso saccheggiasse l’unico Mc Donalds di Forli’ con sedute da 3-4 Big Mac consecutivi, lui invece? “Naaah Io no!” ridendo “Ho trovato un paio di ristoranti italiani validi e vado sempre li’ quando ho allenamento. Poi vado anche con gli altri ragazzi della squadra ogni tanto“. Andata male, niente chicca nemmeno sto giro.

E’ informale ed a suo agio  ma non riesco a farlo “sbottonare” piu’ di tanto, pur essendo  gia’ da tempo coi deltoidi al vento. Meglio allora continuare sul fil rouge America vs Europa. “Cerco di stare con i miei compagni piu’ tempo possibile, proprio come facevo a Georgetown. Si sta creando un bel rapporto proprio come all’universita’. Passare tempo insieme e’ importante per rinsaldare il legame tra di noi

Oso: “all right then, let’s talk bout your future..” Ridacchia, presagendo le solite domande sulle sue prospettive di carriera. Io presagisco un’altra risposta super politically correct, allora decido di tagliare la testa al toro chiedendogli se la prossima estate va alla summer league: “Eh si’ il piano e’ quello. Una volta che la stagione e’ finita, mi prendo due settimane di stacco, torno a casa e mi preparo al meglio per la summer league“.

Ri-taglio la testa al ri-toro con una domanda che mi viene li’ per li’. Fanta-basket: “la prossima estate, hai un pacco con un offerta garantita di una squadra di Eurolega ed un pacco con un contratto temporaneo da una sqadra NBA, tipo un contratto da 15 giorni. Pacco A o Pacco B?”

Si rianima: “Beh se e’ un contratto da quindici giorni, torno qui in Europa!” Ribadisce il concetto con praticamente le stesse parole, conclude con puntini di sospensione virtuali: “se e’ da quindici giorni eh..

Decido si soprassedere sulle domande piu’ scomode, dal diabete che e’ forse la causa ultima della sua mancata scelta al draft fino ai problemini avuti con la guida (arresto per guida in stato di ebbrezza a Washington e recente incidente notturno a Forli’). Alla fine non sono funzionali al pezzo che devo scrivere, mi dico. E poi sicuro che mi spara la risposta preconfezionata..

Spengo il microfono, lo ringrazio, gli dico che gli faro’ avere il link dell’articolo.  Alla mano fino all’ultimo, sfodera un “Thank you man” ed una stretta di mano all’americana  che non rispolveravo da parecchio tempo.

Bella Gattone, break a leg!


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...