Per uno nato a nella terra degli angeli, battezzato  “Barone”, dotato dalla natura di un talento cestistico sopraffino, flirtante con Jessica Alba ai tempi dell’high school e giocatore faro di UCLA ai tempi del college, non deve essere facile avere un upgrade in termini di Culo. Ed infatti la carriera NBA di Baron Davis, seppur da giocatore-culto per molti, non e’ mai stata all’altezza ne’ dei fasti del  suo passato ne’ del suo notevole potenziale.  Complice  forse una botta di karma negativo arretrato , il buon Barone non ha mai avuto la possibilita’ di giocare in una squadra che ambisse a qualcosa di piu’ del primo turno di playoffs (nel migliore caso).

Tutto inizia a Charlotte, allora casa degli Hornets, in cui Davis mette in mostra una combinazione di atleticita’, forza fiscia e skillfulness che, in tempi pre-Derrick Rose o pre-Deron Williams, era sconosciuta tra le point guards NBA. Un trattore con  prestazioni  da Ferrari.

so you fancy uh?..noblesse oblige..

Tuttavia, Charlotte e New Orleans, dove gli hornets migrano nel 2002, stanno troppo strette ad un Californiano rampante e cosi’, dopo 5 anni  anni di alti e bassi personali e mediocrita’ di squadra, il Barone riapproda sulla sua west coast, Oakland, alla corte dello scienziato pazzo Don Nelson. Qui capitana una banda di scalmanati tutto genio e sregolatezza (Stephen Jackson, Monta Ellis, Jason Richardson, Matt Barnes, Al Harrington tra i bad boys ma anche Mickael Pietrus, Biedrins e Belinelli per una stagione) e trova la sua dimensione. Una squadra di esterni-da-strada con perticone europeo in mezzo,  pallacanestro scanzonata, talento lasciato allo stato brado: in serata singola si  puo’ battere chiunque. Barone sguazza  nel suo habitat naturale e mette in mostra di nuovo il suo talento inebriante: in tre stagioni, produce statistiche crescenti in  punti (18-20-22), rimbalzi, palle rubate. Nelle 11 partite di playoffs del 2k7 (career high), fattura 25+4+6. Ma le cifre non raccontano nulla del mito di quella cavalcata post-season.

Golden State giunge ai playoffs della fortissima Western conference con l’ottava testa di serie, condannata dichiaratamente al ruolo di vittima sacrificale della corazzata Dallas, dominatrice della stagione regolare e, come se non bastasse, ancora incazzata nera per la figura rimediata nella finale 2k6.Dice: “Dai, forse una partita i Warriors la portano a casa, ma poi a casa ci vanno comunque loro in non piu’ di 5 partite”. How about ..Noooooo? Il barone predica, i compagni seguono fedeli, la Oracle Arena spinge i propri guerrieri manco fosse il San Paolo. Risultato:  Mavs di un attapiratissimo Mark Cuban gone fishing dopo 6  folli partite in quello che e’ forse il miglior upset ottava-che-batte-prima dai tempi di Nuggets-Sonics del 94 ( io non l’ho visto, ma l’immagine di Mutombo steso a terra alzando la palla a mo’ di coppa del mondo parla da sola).

I warriors vengono eliminati al secondo turno dagli antipodali Utah Jazz, squadra solida ed inquadrata nel sistema di gioco rodatissimo di Jerry Sloan. Ma B-Diddy non ha perso il suo Mojo e regala agli annali delle gemme preziosissime. How about bangin on the fake Rocky-villain guy? Ce l’ho!

Che sia la volta buona per salire di grado e diventare leader  di una sqadra vincente? Ancora una volta no: Nelson e’ clinicamente pazzo, il suo casino organizzato non risforna il miracolo. In piu’ (o forse, di conseguenza) ci si mette il mal di pancia di Barone stesso che, distratto dalla nuova carriera parallela di produttore cinematografico, preme per tornare nella natia LA. La saudade e’ tale che accetta persino di approdare nella sponda sbagliata della citta’ degli angeli.

" Los Angeles Clippers/ Embarassing the NBA since 1970"..Non ho nient'altro da aggiungere Vostro Onore

Quella che doveva essere la carriera parallela inizia presto a stuzzicarlo piu’ di quella cestistica. La forma fisica e’ sempre piu’ trasandata, le cifre individuali vanno a sud ed i Clippers non veleggiano come il nome suggerirebbe. Quando finalmente gli dei del basket  sembrano essersi ricordati di lui e lo benedicono con Blake Griffin, cosa mi fanno i sempre insidiosissimi Clippers? Me lo mandano nel Mistake-on-the-Lake,  citta’  dell’Ohio-operaio insignificante per stessa ammissione di molti suoi nativi (uno, che non ringraziero’ mai abbastanza, mi ha persino raccontato di quando il fiume prese fuoco spontanemante) e squadra di basket che ha leggermente accusato il colpo per la partenza di uno “fortino”.

B-Diddy le prova tutte,  si presenta in ritardo e cerca invano di non passare le visite mediche. Gli amanti di basket possono solo sperare che non perda il suo Mojo e che continui a baroneggiare ancora a lungo. Hollywood can wait.


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